L’INFERNO LETTO DAI POETI CANTI XVIII-XXX. Malebolge

 

2004, pp.160

Turolo, Donati, Lo Russo, Loi, Fiori, Rondoni

Held, Trinci, Cappi, Valesio, Cappello, Lolli, Sanguineti

a cura di Marco Munaro

 

 

 

Premessa

Pour la première fois, à ce point en tout cas dans la littérature occidentale, vous avez une mise en scène visant à déboucher sur le «rire de l’univers», qui n’est pas autre chose que l’amour, pour l’appeler par son vrai nom.

Philippe Sollers, La Divine Comédie

 

La frode, il male proprio dell’uomo secondo Dante (Ma perché frode è dell’uom proprio male), è, al di là delle distanze culturali e storiche, il modo in cui forse si rivela l’essenza dell’uomo. Sei secoli dopo, Rimbaud, nella sua (e nostra) Saison en enfer, ammette di essersene nutrito (Enfin, je demanderai pardon pour m’etre nourri de mensogne). La poesia oggi sembra più che mai interrogarsi su quello che, fra tutti, resta il grande mistero umano, la finzione, in tutte le accezioni che coinvolgono alla radice la vita, il pensiero e la creatività. La sfida è aperta, anche dopo Rimbaud. Tredici poeti, ciascuno preso dentro in un «suo» contrappasso, prova a raccoglierla. Parallelamente, «Il Teatro del Lemming» porta a compimento una personale «riscrittura» dell’Inferno, allontanandosi via via sempre di più dal testo poetico da cui aveva preso le mosse tre anni fa e dalle voci di quei poeti contemporanei che pure continuano a risuonare nella scrittura scenica, quasi come gesti, essenziali e disperatamente vitali nel vuoto. Come i poeti, i tredici compositori (scelti da Massimo Contiero e coordinati da Carlo De Pirro, del conservatorio «F. Venezze») si trovano soli con la poesia di Dante, a inventare nuove possibilità di lettura dell’inferno e di fuga da esso, con i più diversi strumenti, dal pianoforte, al corno, dai saxofoni ai timpani alla musica elettronica, al coro delle voci umane. La volontà di penetrare la parola dantesca, si esprime in loro come omaggio, tra svelamenti e duelli, a un poeta e alla sua musica. Abbiamo voluto documentare almeno parzialmente la varietà riproducendo una pagina delle partiture originali: le quali si apprezzano anche per il loro valore di immagine tra le immagini, prodotte come di consueto da allievi (e da quest’anno anche da insegnanti) del Liceo Artistico «C.Roccati». Anche le opere figurative sono un omaggio al testo, che viene incorporato nella memoria e reinventato sull’esempio grandissimo dei codici minati e delle botteghe dei maestri, in racconti di immagini. Malebolge si prestava particolarmente, proprio in virtù della sua stessa forma (dieci bolge concentriche, dieci fossi, dieci ponti digradanti verso un pozzo centrale) ad un incontro fra arte e artisti, nel quale ciascuno, pur conservando piena libertà di approccio, interagisse con l’altro. Ne è nata addirittura una festa all’Abazia degli Olivetani, il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, domenica 6 giugno 2004, dalle tre del pomeriggio all’una di notte: giornata «epica» – a detta di un cronista appassionato -, da «sacra multirappresentazione»: specchio, e catarsi, di una comunità possibile.

Rovigo, agosto 2004

Marco Munaro


 

 

 

 

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