3. Guido Carminati – Contar

2003, pp.224, € 13,00

 

 

 

 

 

 

 

Contar de lo nobile Puc Puc e de lo sojo nobilissimo cabajo Cup Cup

Contar è opera che fa dell’erranza e dell’errore un paradigma e un programma in itinere. Erranti sono infatti i protagonisti – l’hidalgo Puc e il suo cavallo Cup – ma erratica appare anche la trama di questo poema in prosa e quanto mai mobile risulta pure la lingua, sia per la ragione che si tratta di una lingua d’invenzione – il “pavanpucchiano”, appunto – ottenuta mescidando sapientemente parlate settentrionali col latino, l’italiano, il greco, il francese, lo spagnolo, perfino il giapponese, le incisioni votive preistoriche (p. 152), senza parlare dei dialetti (dal siculo al molarese, una variante del piemontese: dunque una lingua priva di rigidità grammaticali o sintattiche, come lo stesso autore rivendica con forza nelle pagine della sezione Ciclo de li amanti de la Glotta, cfr. pp. 180 e ss.), sia per il fatto che l’autore si perita di formulare un linguaggio specifico per ogni specie vivente (animale, vegetale, minerale e hinahomohanico, ossia degli uomini arcaici), sia soprattutto per l’effettiva plasticità e mutevolezza – ascrivibile, a dire dell’autore, anche alla natura dei luoghi attraversati dai personaggi, con gli influssi che ne deriverebbero alle loro favelle – che il linguaggio testimonia da una sezione all’altra del testo e, talvolta, all’interno della medesima pagina.

Più che parlare di un romanzo, visto che una trama unitaria non è agevole ricostruirla, si dovrebbe pensare ai poemi cavallereschi, in particolare al Baldus del Folengo, al Morgante del Pulci e al Don Chisciotte di Cervantes, senza dimenticare il Gargantua e Pantagruele di Rabelais. Se tali appaiono i modelli più diretti non vanno però trascurate le aperture al romanzo di formazione sette/ottocentesco (il viaggio di Puc, infatti, è anche un viaggio di formazione e di iniziazione) e alla produzione dei philosophes, alla trattatistica del 500/600 (presenza evidente soprattutto nell’ultima sezione, pur se in chiave parodica), alla letteratura medievale (bestiari, lapidari, summae, ecc.), al gusto barocco e all’Arcadia, alla letteratura di viaggio (e un viaggio era anche quello descritto nel poema di Munaro Ionio e altri mari, nella medesima collana), ai classici del Trecento (Dante e Boccaccio), alla tradizione ermetica e alchemica (si vedano le considerazioni sulla vocale “o” alle pp. 199-200), agli intrecci fra musica e letteratura (nella fisica dei suoni e delle percussioni, ad esempio, che chiamano direttamente in causa il corpo, come nella poetica della Farabbi), ai classici del pensiero greco, ai maestri della retorica latina, ai Poemi Omerici, alle Teogonie, fino ai miti delle origini propri di varie civiltà e ai grandi cicli mitofilosofici della tradizione indiana. Dunque un libro, meglio, un poema che sotto ad apparenze dimesse nasconde una grande ricchezza, anche di letture e cultura, e una straordinaria capacità mimetica, soprattutto in pagine quali i tre capitoletti sugli enigmi della “Valle scota” (pp. 129-139), nei quali stile, sintassi e perfino il lessico sembrano usciti direttamente dalla penna di Boccaccio.

Maurizio Casagrande (Redazione Il Ponte del Sale) in occasione della presentazione del volume a Este

GUIDO CARMINATI, nato a Venezia nel 1945, morto a Pisa nel 1999. Ha pubblicato: I Cinici antichi. Testimonianze e frammenti, Enkrateia, Roma 1975; Cinici itineranti e medicanti. Studio sulla rinascenza del Cinismo nella Roma imperiale, Paidon Athirmata, Brescia 1980; Lo sterminio delle differenze, Tourbillion, Milano 1994; Trépassé, Piccole Orde, Udine 1999. Inedita la sua produzione narrativa.

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