2. Marco Munaro – Ionio e altri mari

2003, pp.96, € 12,00

 

 

 

 

 

 

 

MARCO MUNARO E LA SCRITTURA DELLA LUCIDA ELEGIA

1) Lettura “accidentata” del testo manoscritto di pag. 70

Ho dei semi con me, di < Maria basilico > // prezzemolo < e pomodoro > nel // mio buio, e tu sei l’acqua // il sole la terra il giusto letame, // sei la luce <che li farà germogliare germinare > in cui // sfoceranno germogliate dal foglio parole cancellate // un’altra parola tra le erbacce // note nomi parole tra le erbacce // ancora altre dalle cancellature // parole cresciute sul // foglio // tra le erbacce // delle cancellature // un bouquet di // povere e profumate // umili e profumate // da mangiare // gustose // scritte e drogate e piccanti // parole scritte < profumate e piccanti > piccanti e drogate

[Questo è il testo manoscritto che troverete a p.70 ed è emblema della fatica dello scrivere e disvelatore della scrittura di Marco Munaro] Scrittura semi, scritturaluce, scrittura profumi. Soprattutto scrittura luoghi. Scrittura che attraversando luoghi raccoglie i segni della vita. Pensiamo a che cosa intendiamo con “luogo”; Marco Munaro stesso, in un bellissimo dialogo in forma di intervista fatto con Maurizio Casagrande, ci dice che il luogo è uno spazio che tesse episodi con il refe della memoria. Dove non siamo mai stati, dove per noi esiste solo un toponimo, quello non è un luogo. La casa, la città dei nostri studi, i posti toccati in un viaggio, i racconti di posti narrati dagli amici diventano luoghi. Dal puro piano denotativo si ha uno scarto al grado connotativo, cioè, semplificando, tutto quanto le parole non dicono, o tacciono o sono reticenti a dire. E’ appunto uno scarto, cioè non un passaggio graduale, ma discontinuo, guidato però con dolcezza dalla forma letteraria, sempre lucida e musicale, quasi chiaroveggente, intendendo quella forma che oscilla e comprende modi sapienziali (quindi la descrizione dei luoghi trasfigurata e rivelatrice) e modi introspettivi (cioè evoluzione per mezzo della scrittura del proprio essere, a seguito di una comprensione degli eventi).

2) […] Abito ad Itaca chiara nel sole: in essa è un monte
che spicca, il Nèrito frusciante di foglie; intorno sono
molte isole, vicine tra loro,
Dulìchio e Same e Zacinto selvosa.
Bassa nel mare essa giace, ultima
verso occidente – le altre a parte, verso l’aurora e il sole -,
irta di sassi, ma brava nutrice di giovani. Non so vedere
altra cosa più dolce, per uno, della sua terra.

[Odissea IX, 21 – 28 nell’edizione Lorenzo Valla, traduzione di G.A. Privitera]

Veniamo ora a identificare meglio quali siano i luoghi del testo. Anzitutto sono tre luoghi anche formalmente distinti: la prima sezione è forse la più tradizionale per l’impianto formale ma per certi versi la più complessa, perché nasconde una tensione e un’ansia (un appuntamento mancato, infatti) che solo con enorme fatica viene stemperata proseguendo.. In questa sezione i luoghi sono deformati, sono anamorfosi di se stessi, combattuti, luoghi dai quali sono state ricevute sconfitte, di attese irrisolte e per questo dolorose. Sono luoghi chiusi, prigioni. Una specie di “Inferno” dell’autore.

3) […] Quel triangolo buio e polveroso, tra una caserma e un collegio è comunque, come una minuscola tromba d’aria o i tifoni lillipuziani delle dune di sabbia, un aleph sonoro, uditivo, un piccolo (?) onnidicente/silente paradiso, più ricco – perfino – di quello dantesco o borgesiano, perché implica la vista (ogni tanto torno a vederlo) ma la supera infinitamente (cioè leopardianamente).[1]

[Appuntamento mancato col poema – L’angolo]Nella seconda sezione l’aura cambia e, per così dire, i luoghi si aprono. A cambiare non è la loro intrinseca solarità ma l’attitudine del racconto: qui una affabulazione dove prima invece era solo registrazione. Cambia il respiro del testo che rapisce, trasogna e ci parla perché ci accomuna in una esperienza, quella del viaggio, o meglio della vacanza, cioè dell’intermissione, della sosta, del passaggio dal quotidiano allo straordinario. Ogni riga un rimando, ogni parola uno spiraglio, ogni luogo un sogno. Ma non è abbandono onirico, è equilibrio tra l’uomo e l’autore.

4) […] Dalla finestra: attraverso un digradare di ulivi centenari affratellati dall’età, le reti e la forma, e da un pertinace ossessivo come la luce canto i cicale che li avvolge e li penetra, ma come se fosse prodotto da un organo in grado di percepire i suoi stessi suoni, da un orecchio sonoro. Le reti che corrono a terra dall’uno all’altro degli alberi, pronte per la raccolta, li uniscono in linee di geometria piana che i pinnacoli “solidi” e bucati degli ulivi riproducono verticalmente. In fondo, il mare, la sua distesa a perdita d’occhio e qualche sassetto di Polifemo che sporge.[2]
[Ionio e altri mari – Parga]

Infine quell’ultima parte i cui testi sembrano poesie. E’ più semplicemente una estrema condensazione dei testi. Prevale comunque in modo deciso l’aspetto formale rispetto ai contenuti, è una musica che si spinge alla asemanticità, o forse alla autosemanticità. Si chiude così, nella poesia, un ciclo ideale che in parte risolve alcune delle ansie evidenziate inizialmente, ma il nuovo linguaggio è già maturo e si interroga in maniera sotterranea, rielaborando e catabolizzando tutto il processo intercorso fino ad ora, sul proprio a-venire. La scrittura di Munaro forse non sarà più la stessa.

5) Un maltèmi buono ti accarezza la faccia,
seduto tu sulla vera di un pozzo
che offre al pellegrino acqua
e quintessenza della luce
e polvere d’oro della roccia (sale e sabbia);
in questo anello di ocra verde e blu
da questa brocca che trabocca
su questo boomerang di alghe spuma e ombra
scagliato laggiù…
e se ti volti, le aste le arelle
nei quaderni
tremano, ti riconoscono.
[Il portico sonoro – Un maltemi buono ti accarezza la pelle]

Il percorso fino ad ora tracciato è sia letterario sia umano, diacronia e viaggio per luoghi:  dobbiamo infatti considerare l’estensione temporale in cui quest’opera è maturata: si parla di anni! E anche la successione delle sezioni è indicativa: quella centrale è l’ultima in ordine di tempo, quasi ad anticipare un cogente rinnovamento formale. Riesce semp difficile in questi casi poter distinguere tra il percorso della scrittura e il percorso dell’uomo, o si finisce per identificare nel percorso della scrittura il percorso dell’uomo: la scrittura che salva, la scrittura che trascende, insomma la scrittura ricettacolo e riscatto delle difficoltà del vivere. Senza entrare in questa stanza interpretativa, apparecchiata di golosità ma anche di veleni, facciamo solo una considerazione. Quelle chiavi di lettura prima citate presuppongono dicotomia tra lo scritto e lo scrivente, che trova un rifugio in essa. In questo testo di Munaro la scrittura semplicemente accompagna il vivere, in modo profondo e consustanziale. Accompagna come può accompagnarci una persona, con un qualcosa in più: è un atto che viene reso pubblico per mezzo del testo scritto. Nell’assumere la complicità di lettori che sempre i testi ci chiedono, assecondiamo il flusso dei luoghi,  la dilatazione delle immagini, i circuiti delle suggestioni, e potremo, forse, ricostruire quel poema di cui il testo ci fornisce i tasselli, ma la cui legatura è lasciata all’immaginario di chi legge.

6) Delle ben ferrate navi questo soltanto conosco, ma anche così, io ti rivelerò la mente dell’Egioco Zeus, perché le Muse mi insegnarono a cantare un canto infinito. Cinquanta giorni dopo il solstizio, quando giunge alla fine l’ora della faticosa estate,allora è tempo per i mortali di navigare: la nave non si infrangerà né il mare inghiottirà gli uomini […] Allora i venti spirano propizi e il mare è sereno; sicuro allora, fidando nei venti, spingi nel mare la nave veloce […]
[Esiodo –  Le opere e i giorni vv. da 660 a 670 nell’edizione BUR a cura di Werner Jaeger, traduzione di Lodovico Magugliani ]

Gabriele Codifava, presentazione di “Ionio e altri mari”
in Villa Alessi il  18/10/2003


MARCO MUNARO è nato nel 1960 a Castelmassa, vive a Rovigo, dove insegna.
PoesiaL’urlo, El levante por el Poniente Edizioni, Conegliano 1990; Cinque sassi, Edizioni della Cometa, Roma 1993; Il Rosario del Lido, in 5 Poeti del premio “Laura Nobile” Siena 1993, Scheiwiller, Milano 1995; L’ultimo giorno d’inverno, in Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano, Crocetti, Milano 1996; Il portico sonoro, Biblioteca Cominiana, Cittadella 1998; Vaso blu con narcisi, I Quaderni del Circolo degli Artisti, Faenza 2001.
Critica: La bella scola. I primi sette canti dell’Inferno letto dai poeti, Rovigo 2003; Il lampo della bocca, con Gianfranco Maretti, MUP Editore, Parma.


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