I PRIMI SETTE CANTI DELL’INFERNO LETTO DAI POETI

 

2003, pp.80

Maretti, Merini, Caniato

Anedda, Farabbi, Bressan, Villalta

a cura di Marco Munaro

 

 

 

Premessa

“Sottrarre Dante alla retorica scolastica

significherebbe rendere un servigio non

trascurabile alla cultura europea”.

Osip Mandel’stam, Discorso su Dante

Leggere Dante è, prima di tutto, una sconvolgente esperienza emotiva ed estetica; poi, una inesauribile avventura della mente. E chi meglio dei poeti che ancora scrivono nella lingua di Dante, può restituirci la selva di passioni e di invenzioni formali dalla quale nasce la poesia? Nessuno. Perché, commentando Dante, ogni poeta ci rivela la sua concezione della poesia e, suo malgrado, se stesso come in una luce creante e iniziale.

Questa che qui si presenta è la prima parte di un progetto che prevede la lettura integrale dell’Inferno. I primi sette canti sono stati letti e commentati all’interno della Rassegna di Teatro Musica Poesia “Punti di fuga”, organizzata dal Teatro del Lemming nel febbraio/aprile 2002 con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Rovigo.

Le immagini che illustrano i canti sono state realizzate dagli alunni della 3F Liceo Artistico “C. Roccati” nell’a.s. 2001-2002.

Ho seguito per le citazioni dantesche: Dantis Alagherii Comedia, edizione critica per cura di Federico Sanguineti, Edizioni del Galluzzo, Firenze 2001, senza però interferire con quelle proposte dai poeti nelle loro letture.

Marco Munaro

 

GIANFRANCO MARETTI ha letto e commentato il I canto dell’Inferno venerdì 22 febbraio 2002 nella Sala Consiliare della Provincia a Rovigo. Il titolo del suo intervento critico è: Ragionamento sul canto I della cantica I. La paura dell’anima. Interludi al violoncello di Luca Paccagnella: Sarabanda dalla suite n. 5 di J. S. Bach; Les mots sont allés di Luciano Berio.

“A questo Dante non servirebbero dei lettori, quanto, piuttosto, un uditorio”.

ALDA MERINI non ha potuto essere presente alla rassegna.

“L’Inferno, ovverosia la traslazione di Dante che vien posto da se solo al centro della sua stessa anima e dell’intero universo, è l’uomo e il canto dell’uomo che per arrivare a Dio suona il liuto mirabile e inconfondibile del peccato”.

LUCIANO CANIATO ha letto e commentato il III canto dell’Inferno giovedì 7 marzo nel Teatro 99 a Pezzoli di Ceregnano.

“Tornare indietro, riattraversare la riva luminosa del Passo di Pontecchio sul Canale (Collettore Padano) per tornare a Conegliano era per me la separazione, il ritorno nel mondo dei morti, nella riva atra”.

ANTONELLA ANEDDA ha letto e commentato il IV canto dell’Inferno mercoledì 3 aprile nella Sala della Vangadizza a Badia Polesine.

“Anche la civiltà della conversazione è un “lembo” che isola il canto dalle urla, la vertigine, l’orrore dei canti precedenti e di quelli futuri”.

ANNA MARIA FARABBI ha letto e commentato il V canto dell’Inferno mercoledì 10 aprile nel Teatro Ferrini in Adria.

“Se potessi scegliere un titolo – per me i titoli sono sempre occhiello significativo, non un isolotto staccato dalla terraferma del testo, ma annunciazione e quando dico annunciazione intendo tutti i riferimenti – potrebbe essere: Musica del V canto: partitura per sordomuti”.

LUIGI BRESSAN ha letto e commentato il VI canto dell’Inferno giovedì 11 aprile nello Spazio Lemming a Rovigo.

“La descrizione si avvale di attributi in posizione oggettiva, di un ritmo a scansione opaca, di parole piane in sequenza monotona. Così anche quella del mostruoso custode del luogo, Cerbero, “vermo” di nome e di fatto, umanizzato quanto basta (bocche, facce, barba, mani) a incrociare per assurdo contrasto un’umanità imbestiata e come regredita dalla creazione al fango”.

GIAN MARIO VILLALTA ha letto e commentato il VII canto dell’Inferno giovedì 18 aprile nella Sala Consiliare della Provincia a Rovigo. Il titolo del suo intervento critico è: Tra petél e Babel. Suggestioni dantesche intorno a Inferno, VII. Interventi sonori di Sergio Fedele: STIGE I per clarinetto; ACCIDIOSO per ancia contrabassa a tiro.

“Linguaggio bestiale e babelico si accostano qui in una stessa dimensione di soglia della lingua, che esprime in se anche una condanna e una colpa”.

 


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