prefazione al Canto d’api di Giorgio Bernardi Perini

AMORE PER VIRGILIO
Un libro dopo l’altro, di biennio in biennio, giunge a puntuale compimento con Il canto d’api l’impresa georgica del poeta Gianfranco Maretti, cominciata (sue parole del 2006presentando Il canto dei campi) «nella solitudine agreste d’un luogo chiamato Tregiardini».
Gianfranco Maretti è egli stesso creatura georgica, quasi una reincarnazione (giovanile e dotta, beninteso) del virgiliano senex Corycius. Il luogo chiamato Tregiardini non si rintraccia, credo, sulle mappe, almeno non con quel nome, perché cosí l’ha battezzato lui, e non per vezzo di metafora ma per quel che il luogo davvero è: la sua casa natia, nella pace della campagna mantovana. Una dimora poeticamente rustica cinta per tre
lati da giardini, sua cura incessante, oasi feconda di meditazione artistica, quotidiana palestra del suo spirito e dei suoi talenti. Tant’è che egli non solo ha coniato per quel sito il parlante toponimo, ma del toponimo ha poi fatto anche un personale idionimo, classicissimo cognomen a georgico complemento del gentilizio. Dopo Quasimodo (per dire il precedente più illustre) un altro poeta italiano mette dunque le sue risorse a servizio del Virgilio georgico; con altro intento, però, e altra prospettiva. Anzitutto Maretti non seleziona “il fiore” del poema virgiliano (che è sempre, a ben vedere, un atto egoistico, una comoda concessione al proprio gusto) ma affronta l’opera tutta intera, con tutti i rischi che ciò comporta. Poi, nel tradurre egli
non sfoggia sue proprie soluzioni metriche, anzi impone a se stesso il cilicio di una rigorosa corrispondenza tra i due testi: a fronte di ogni verso latino una linea di prosa; e si aggiunga una fedeltà più che pascoliana nel ricalcare la veste onomastica dei personaggi evocati da Virgilio (dal suo ‘Vergilio’ anzi). Segni di estremo rispetto del testo classico un rispetto sacrale, e perciò soggettivamente sacrificale, dei venerati esametri, a cui viene contrapposta l’umiltà della resa vernacola, ossequente peraltro alla funzione vicaria oggettivamente richiesta, oggi più che mai, dai bisogni di ricezione della letteratura antica. Questo, almeno, può apparire il senso dell’operazione di Maretti. La realtà è forse più complessa: la fedeltà a Virgilio, pur cosí strenuamente perseguíta, si palesa benefico elemento di autodisciplina, non già di remora all’incoercibile vocazione poetica del traduttore. Il quale sa leggere il verso latino con acuta sensibilità linguistica e penetrante finezza esegetica, ciò che gli consente, nel confronto ravvicinato con il testo virgiliano, un proficuo corpo a corpo lessicale e stilistico: una sorta di lotta con l’angelo, intensa e aspra, talora lesiva, infine salvifica. E come dentro ogni forma di costrizione possono annidarsi sorgive occasioni di libertà, cosí la necessità della linea esteriormente prosastica non sopprime né la felicità di soluzioni tutt’altro che pedisseque (per esempio al v. 126 qua niger umectat flaventia culta Galesus > «dove nero il Galeso dona l’umido ai raccolti che saranno d’oro»; 27s. alas / pandere ad aestivum solem > «allargare le ali allo splendore del sole») né l’aristocratica inventiva verbale (che può andare dalla neoformazione in 183 ferrugineos hyacinthos > «giacinti brunoruggine», al recupero prezioso di stampo dannunziano in 234 sidus … Piscis aquosi > «la costellazione del Pesce acquidoso») né, infine, l’istinto ritmico che innerva spesso di classica sostanza metrica la resa del traduttore: si potranno additare come splendidi esemplari le due similitudini che, all’interno del tratto 312-314, dipingono il rapido sciamare delle api a conclusione della bugonía: una sequenza di due settenari nella prima similitudine (312 «come scroscio di pioggia / dai nuvoli d’estate»), di due endecasillabi nella seconda
(313s. «come strali da nervo che li scocca / se sono i Parti a entrare agili in campo»). Il lettore avveduto non mancherà di moltiplicare questi esempi. Rispetto ai primi tre libri il Canto d’api presenta tuttavia una sorprendente novità: per questo extremus labor dell’impresa georgica il poeta Maretti ha voluto associare a sé il poeta Munaro. La cosa pone un problema che è forse insolubile sul piano formale, a prescindere dal mistero di un lavoro poetico condotto a quattro mani. Non potendo (né volendo, nel caso specifico) entrare nella privatezza degl’interessati, sono però convinto che non ci siano analogie con il lavoro di altre celebrate coppie di autori, costituite su ovvie basi familiari come quella dei fratelli Goncourt, o su basi per cosí dire di alto artigianato come fu per la ditta Fruttero & Lucentini, né, per restare nel campo delle traduzioni poetiche di alto livello, con il lavoro di coppia forse più diffuso, e meno conosciuto perché alla ribalta ne esce solo il nome più illustre (Montale, per dire). Marco Munaro è il poeta che tutti sanno, ma è anche l’anima della casa editrice che ospita, oltre queste Georgiche, tanta altra messe di eccellente poesia italiana e straniera. Tutt’e due, Maretti e Munaro, appartengono a quella terra segnata da Adige e Po che è una sorta di mesopotamia poetica (adotto qui, e adatto al nostro caso, una bella metafora di Giovanni Battista Pighi) idealmente governata dalla sovrana figura di un altro poeta-editore, il mai abbastanza rimpianto Bino Rebellato, maestro d’arte, di cultura e di vita anche per le nuove generazioni. Qualunque sia stata la forma concreta della collaborazione tra i due, non c’è dubbio che Marco abbia seguito e incoraggiato fin dall’origine l’ambiziosa avventura di Gianfranco con l’occhio sí dell’editore ma anzitutto con la convinta e appassionata adesione del confratello poeta o, vorrei dire, con la dedizione del correligionario. Cosí si spiega, certamente, la non comune cura tipografica che abbellisce l’opera oltre i canoni consueti e con le tavole di Vittorio Bustaffa;
cosí anche, credo di poter supporre, dev’essersi creata nel lungo corso dell’opera una vicendevole consultazione e integrazione dei punti di vista, sfociati infine in una vera e propria immedesimazione: ipotesi non solo ragionevole per chi abbia, come me, una qualche conoscenza diretta sia di Maretti sia di Munaro, ma suggerita e confortata da testimonianze che di tanto in tanto mi raggiungevano, frammentarie e fuggevoli, dalla
loro officina polesana. Sicché, e non credo di sbagliare, sulla soglia della quarta georgica Gianfranco Maretti Tregiardini ha voluto suggellare nel segno della fraternità autoriale la maturata simbiosi culturale e artistica chiamando Marco Munaro a condividere sul campo l’ultima fatica. Il risultato di cosí anomala opzione è qui sotto gli occhi di tutti; e chi abbia già familiari i primi tre canti virgiliani firmati da Maretti troverà, non senza meraviglia, che nonostante la doppia firma il quarto ne ripete fedelmente l’identità stilistica e la felicità formale. Il segreto di questo lavoro a quattro mani potrà essere afferrato nella sua genesi, come ho cercato di fare, non nel suo concretarsi in materia poetica: ciò appartiene al mistero dell’arte, per sé insondabile. Nella preziosa dedica a Bino Rebellato, nume tutelare direttamente chiamato in causa, i due autori hanno esposto nel loro poetico modo le ragioni alte di questo approccio a Virgilio: facciamone tesoro.
Giorgio Bernardi Perini

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