3. POESIE DI GOTTFRIED BENN, traduzione di Giuseppe Bevilacqua, 2008

2008, pp.126, € 15,00

cura e traduzione di Giuseppe Bevilacqua, testo tedesco a fronte

 

 

 

 

 

 

POI –

Quando, conosciuto giovane, un volto
cui si rapì coi baci fulgore e pianto,
al primo tratto di vecchiezza si sia vòlto,
avendo col vivere scontato il primo incanto.

Arco, che un tempo infallibile scoccava,
freccia rosso/piumata che nell’azzurro era sospesa,
e pur con i cembali ogni Lied risuonava:
“Prati a sera” – “Coppa di bagliori accesa” –

Al primo tratto già il secondo si è associato,
già sulla fronte, ahimè, si tiene all’erta
l’ora ultima, l’ora deserta –
poi è notte, su tutto il viso amato.

 

Tutti i grandi poeti di questo secolo hanno un pubblico di lettori innamorati, che cresce col passare degli anni. T.S. Eliot, Dylan Thomas e Rilke posseggono moltitudini: Yeats e Marina Svetaeva adoratori esclusivi e quasi fanatici, ma anche Marianne Moore e Mandel’stam, Paul Celan e Wallace Stevens conoscono devoti al loro culto, sparsi in tutto il mondo. Soltanto la tomba di Gottfried Benn, uno dei più grandi poeti del secolo, è polverosa, abbandonata, coperta di ragnatele.

Così Pietro Citati, uno dei critici più accreditati, iniziava la sua recensione a una edizione italiana di prose benniane (La Repubblica, 1 novembre 1992). Nella sua inevitabile, giornalistica sommarietà questa valutazione è vera. Soltanto andrà precisata e limitata: anzitutto nel senso che essa riguarda la ricezione di Benn in Italia e – mi pare – più genericamente fuori dalla Germania; mentre nei paesi di lingua tedesca non si può certo dire che a Benn, dopo la pubblicazione di Statische Gedischte e post mortem, sia mancato un largo «pubblico di lettori innamorati»…

… Quando un’opera di poesia riconosciuta di notevole caratura non trova adeguata ricezione fuori dall’ambito linguistico e dalla letteratura nazionale in cui si è prodotta, le ragioni possono essere o di natura culturale o di natura formale. Il primo caso non sembra pensabile in rapporto al nostro problema. La cultura che è sottesa al Benn espressionista, con il suo cinismo a tratti persino iperbolico e la crudezza di immagini che ne deriva, appare ben più ostica alla cultura italiana che non quel vagheggiamento del mito “ligurico” e quella ricerca di perfetta autonomia della forma che costituiscono i punti di riferimento essenziali della seconda maniera e configurano quasi una poetica neo/classica. Questa facile constatazione mi ha spinto a cercare piuttosto un’eventuale ragione di natura formale; e, dopo aver preso in esame tutti i principali dati linguistici e stilistici del nostro oggetto, la mia attenzione si è fermata su un elemento preciso, che potrebbe essere individuato come il principale responsabile. La rima.

(Stralci tratti dal saggio presente in appendice al testo: Il problema della rima in Benn)

 

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